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“Forse non c’è altra forma di scrittura che meglio della lettera rappresenti il dono, il dispendio di sé ”, si legge nella prefazione di un libro di Emily Dickinson.
E, l’espediente epistolare, la lettera, da cui prende il via il romanzo, il racconto, che ha annoverato illustri estimatori, sta tornando prepotentemente d’attualità nel mondo letterario.
E, una lettera, una missiva, dall’angoscioso titolo De Profundis, è il prologo all’ultimo romanzo di Paola Pica “Un uomo perbene”.
Inizia con “ sto girando questa lettera fra le mani” la discesa agli inferi di Rinaldo, il protagonista maschile, un uomo, ormai avanti negli anni, colpito da ictus la Vigilia di Natale. Gli inferi in cui, volontariamente, egli s’immerge, quasi con voluttà, sono i ricordi della propria vita: arida, meschina in alcuni punti addirittura laida. “Un uomo per bene”, (Ed.Ibisko , collana Anthurium pag.163) è “notaio affermato e grande esperto, e, mecenate nel campo della musica classica”; ma anche un uomo dalla doppiezza senza riscatto.
La missiva, la lettera che si rigira tra le mani, è di una donna innamorata, Eleonora, che per ben due volte ha illuso: agli albori della sua giovinezza e più tardi vent’anni dopo.
La cocente disillusione di Eleonora, la protagonista femminile, non nasce da un reale inganno, bensì, da quell’illusione d’amore, da quel modo d’essere che viene definita la “sindrome della crocerossina”, “ quell’io ti salverò”: assurda peculiarità del genere femminile. Una peculiarità, che finisce per schermare una realtà lampante: guardi negli occhi un uomo e ti rifiuti di vedere quello che è più chiaro e trasparente di un cristallo: nei suoi occhi c’è scritto a lettere di fuoco la tua infelicità.
E, questo è anche il modo di porsi, di vivere l’amore di Eleonora, una donna intelligente, di successo, affermata nella sua professione e…però fragile e indifesa nella dimensione dell’amore.
Immersa nelle frenetiche pagine del romanzo diventa quasi tattile, la percezione che il protagonista ha delle donne: un totale disprezzo.
Paola Pica ha tratteggiato, per davvero con la penna intrisa nel vetriolo, la figura del protagonista, un uomo misero e miserabile, misogino e sordido. Per una libera e spontanea associazione alle pagine del libro si sono soprapposte alcune sordide immagini del film di Sorrentino “L’amico di famiglia”; il protagonista del romanzo sembra solo usare più sapone ma lo squallore morale è lo stesso.
L’atmosfera culturale e sociale del romanzo è quella che va tra la fine degli anni cinquanta ed i primi anni sessanta dove, luogo comune vuole, si respirasse un’aria perbenista ed ipocrita; anche se, c’è un che d’ ingiusto a voler caratterizzare in un preciso tempo la storia. A noi è sembrato “un’affresco,”una spietata realtà morale senza tempo e senza spazio.
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