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Storia della camorra. La bella società riformata

Camorristi, picciuotti di sgarro, guaglioni ‘e malavita


Camorrista dell'ottocento

La criminalità organizzata e disciplinata sotto un capo è antica quanto l’umanità. Determinate situazioni sociali, economiche e politiche, in ogni periodo storico e presso ogni popolo, hanno creato circostanze adatte allo svilupparsi di questa nefasta piaga. La Camorra, società segreta per delinquere, si diffonde a Napoli e nel Napoletano agli inizi del ‘500 sotto il dominio spagnolo, dominazione che si prolungherà fino al 1707. Il termine «camorra » trae la sua origine da «gamurra», la corta giacchetta in ruvido panno indossata dai malavitosi spagnoli, giunti nella città partenopea al seguito delle truppe di Ferdinando II il Cattolico, che proprio da quell’indumento erano chiamati «gamurri ». Gente adusa ad ogni violenza: ladri, rapinatori, lenoni sfruttatori della prostituzione, affiliati alla società della Guardugna. Attirata dal miraggio della grande città fastosa e opulenta supposta fonte di benessere per tutti, una plebe contadina miserabile, lacera e affamata, cerca nell’urbanizzazione una speranza di vita. E’ una massa di diseredati impossibile da controllare che sfugge alla vigilanza e alle leggi del potere legale. Senza nome e senza futuro, questi disperati divengono facile preda di quei «gamurri» facinorosi, malapianta della povertà e del disordine civile, ne ereditano vizi e mali, corruzione, intimidazione, estorsione. Entrano a far parte della «bella società riformata», spadroneggiano nei bassifondi, nelle case di malaffare, pretendono il «pizzo» da negozianti e professionisti e, all’occasione, assolvono il compito di sicari e sgherri. Lo schema «societario», basato su regole scritte e sottoscritte, è semplice. Un capo, il «capintesta», scelto fra i più spavaldi e arditi associati; una struttura a scomparti, le «paranze», per ognuna delle quali è referente il «capintrito » che nomina per l’amministrazione contabile, le lettere e i verbali, un compagno in grado di leggere, scrivere e far di conto: il «contaiuolo». Gli aspiranti camorristi, riuniti in sezioni giovanili, le «chiorme», devono dimostrare coraggio e capacità nell’esercizio della violenza. La disciplina è ferrea: obbedienza cieca, pronta ed assoluta, silenzio e omertà. Un regolamento, il «frieno», stabilisce la ripartizione degli illeciti proventi: un quarto al capintesta, il resto agli altri «soci»; una parte va a sostegno delle famiglie degli affiliati ospiti nelle patrie galere, anche se gli incarcerati sanno come arrangiarsi, esercitano il racket dell’estorsione sugli altri detenuti sostenendo che il denaro richiesto è destinato all’acquisto di olio per la lampada della Madonna del Carmelo. Il «guappo», non sempre camorrista, è il cosiddetto «uomo d’onore», inteso come uomo di autorità e di rispetto; ricopre il ruolo di giudice di pace, di padrino generoso dispensatore di sussidi. Personaggio influente in un universo di povera gente per la quale fame e miseria, paura e soggezione sono l’avere quotidiano, a lui si rivolgono i popolani del ceto più basso abituati a vivere di espedienti e sempre in bilico tra legalità e malavita. Chiamati «Lazzarelli» o «Lazzaroni», tra di loro si annidano cinici malfattori autori di gravi misfatti - ricatti, estorsioni, rusticani duelli con il coltello - anche nei confronti dei proprio compagni di sventura. Camorristi e guappi sono spesso in concorrenza e spesso si ammazzano tra di loro per la divisione dei proventi e per la ripartizione del territorio da sfruttare. Al tramonto del potere borbonico, Napoli è città di contraddizioni morali e immorali e porta in sè il seme della violenza e del crimine. Con l’avvvento del Regno d’Italia, il nuovo Stato liberale comincia a scontrarsi con la realtà del Mezzogiorno; nasce la «questione meridi onale», a tutt’oggi non risolta. A nulla portano le campagne repressive. La malavita rappresenta ormai un potere alternativo a quello legale, una sorta di protettorato garante di una giustizia rapida e popolare. L’«annurata suggietà» e con essa gli «ommini d’onore», si evolve, si trasforma, esce dai suoi confini. Pretende ancora la tangente su tutte le attività lecite ed illecite, taglieggia ancora facchini, mercanti e commercianti, ma nell’ombra si insinua, allunga i suoi tentacoli verso nuovi spazi. Punta all’amministrazione pubblica con particolare attenzione a quella municipale dove cerca e trova connivenze; alle forniture pubbliche - ospedali, opere di assistenza, enti parastatali; alle attività delle banche; alle transazioni d’affari. Alle elezioni politiche e amministrative orienta il voto e in cambio pretende dai politici l’impunità dei suoi reati. Alle varie forme di sopraffazione e abietto sfruttamento dei deboli e degli onesti, affianca una nuova serie di corruzioni, intimidazioni, ricatti che mina gli apparati pubblici, politici e sindacali, ponendoli alla mercè del ben più pericoloso emergente fenomeno di trasformazione. Ha origine il metodo clientelare e ricattatorio della commistione politica-camorra. Nell’Italia del secondo dopoguerra, l’area della malavita si espande ulteriormente: borsa nera di introvabili medicinali salvavita, contrabbando di sigarette. Nei tardi anni cinquanta cambia di nuovo pelle; la già rovinosa lista si allunga; diventa più nefasta ed internazionale. La pericolosità della criminalità organizzata e globalizzata, con veemenza e cinismo, si concentra nel traffico d’armi e droga, nello smaltimento dei rifiuti solidi e tossici prodotti da una società priva di etica. Al di là del significato insito nelle passate situazioni e propensioni, al di là di scelte presenti e future che comunque determineranno la vita di Napoli e non solo, al di là di ogni promessa o prospettiva politica, al momento il destino di questa caotica, invivibile eppure amatissima città, sembra essere quello di un irreversibile, mortale degrado.



 Marcella Coni (18/09/2009)

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