La lettura del dramma, a Sezze,
non è quella che ti aspetti. Il corpo
di una donna nel fiore dell’età, 32
anni, sotto un lenzuolo verde che a
malapena nasconde lo scempio di
sangue, sembra essere l’ultimo dei
pensieri della piccola folla di curiosi
assiepata pochi metri distante
dalle mura dove si è consumata la
tragedia. Nessuna concessione neppure
per chi ha infierito sulla ex
moglie e poi ha cercato di cancellarsi
dalla faccia della terra aprendosi
la gola con lo stesso coltello usato
per finire quella che era stata la sua
compagna di vita e la madre di suo
figlio. Se presti orecchio ai commenti,
ti rendi immediatamente conto
che la morta e il moribondo, prima
ancora di essere una vittima e un
carnefice, sono «soltanto» due rumeni,
due stranieri, due intrusi, due
dei tanti indesiderabili che hanno
finito per regalare al paesone lepino
l’appellativo di «Sezze rumeno».
Nessuna compassione, non ci sono
lacrime, non c’è rabbia. Solo un
seccato risentimento, il fastidio per
l’ennesimo «scandalo» che ha per
protagonisti ancora loro, i rumeni.
Un esercito che si è spinto fino sopra
Sezze attratto dai prezzi favorevoli
degli affitti, e anche di quelli del cibo
e del vestiario. Un esercito che per
alcuni è anche economia, ma per
tanti altri soltanto un fastidio. La
gente non ha più tempo per condividere,
per capire, per sostenere, per
aiutare. La gente non vuole partecipare
ai guai degli altri. Nemmeno
quando gli «altri» sono le badanti
che per quattro soldi si sobbarcano
il peso quotidiano dei nostri vecchi,
o la fatica di tenere pulite e in ordine
le nostre case, o il delicato compito
di crescere i nostri figli. Per quattro
soldi, quasi sempre in nero. Finché
riescono ad essere invisibili, riusciamo
a sopportarli; quando diventano
come noi, diventano ingombranti.
Perfino quando muoiono.
Alessandro Panigutti (31/03/2008)
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