 |
“Le notti di Maja” l’ultima pubblicazione della poetessa, latinense d’adozione, Stella Laudadio Celentano racchiude una poesia ricca d’intrinseco e calmo fervore; una poesia, una lettura impegnativa che porta alla riflessione e a porsi molti interrogativi nello stesso tempo è una poesia avvolgente, che ricorda un dolce vortice, una spirale di luce che permette di “vedere” in un nanosecondo la caducità e l’eternità dell’uomo.
“Le notti di Maja”, (ed Menna, pag.46, Euro 6,50) è un poemetto, d’ispirazione mitologica, una forma di rappresentazione poetica così dimenticata ai nostri giorni da sembrare, per dirla con Longanesi, inedita. La composizione si compone di trentadue canti, e nasce come dichiarazione d’amore a una terra, l’Abruzzo, a un monte la Maiella che prende il nome da una ninfa “Maja sacra ninfa/ Terra madre/”.
L’impegnativo e colto poetare di Stella Laudadio, con grazia, senza pedanteria si trasforma in un compendio di letteratura, e, poiché la letteratura non è altro che la storia dell’Uomo ecco che nella poesia di Stella, le immagini mitologiche raccontano l’universale, e si fanno messaggere dell’assoluto, dell’immanente pur sfiorando l’infinitesimale: l’emozione dell’uomo, il suo microcosmo terreno.
E se Stella “canta”, con l’aiuto dei miti, archetipo dell’umano sapere, dell’umano sentire, l’amore struggente e antico per la sua terra, e, la sua terra, la sua Maiella ha risposto tributandole meritati successi, una prova di grande amore per questa sua tenace e solare figlia. Risuonano per Stella Laudadio Celentano, quasi vittorioso sigillo, le parole di Whitman che – scriveva – “ la prova di un poeta è che il suo paese lo assorba con lo stesso affettuoso amore con cui lui ha assorbito il suo paese”.
Ma nella poesia di Stella Laudadio, in certi suoi toccanti passaggi tra le ombre della storia dei miti, vi s’intravede un’accorata, attuale denuncia, una supplichevole richiesta ai nostri giovani, un disperato urlo per i tanti morti del sabato sera “ Perire/ per un giovanile errore/ Con respiri fusi nel buio./ Abbandoni con-fusi nel buio”.
Così come nel VII canto vi si percepisce l’iter di una personalità, forse smarrita, aiutata e ricostruita dall’analisi “ setacciare / dissociare/ astrarre/ ricostruire modelli/” e, forse, in questo canto, più che in altri, traspare l’appassionato trasporto per il suo lavoro di psicoterapeuta, e vi echeggia l’idea Junghiana dell’Essere “Dove l’Ego conoscente/L’ego metafisico/ Giunge all’assoluto/”.
Ci è parso di leggere, tra l’iridescenza d’immagini, suggerite più che affermate, del XIV canto, l’eco di una storia antica e terribile evocata dal nome del fiume Sangro “l’onda del nitido Sangro corre/” versi che hanno fatto riaffiora alla mente le nere leggende legate a Don Raimondo di Sangro mirabile e lugubre alchimista ideatore delle “macchine anatomiche” che cercava un’astratta perfezione e finendo per tradire anima e ideali. Come, ancora, non percepire i forti riferimenti esoterici legati al mondo dei Templari là dove la poetessa, declama: “ Crolleranno le arcate di Tolosa/ E gli architravi./
“Le notti di Maja” - scrive, nella prefazione Rino Caputo, Preside della facoltà di lettere di Tor Vergata - sono illuminate dal riverbero del pensiero che si fa, appunto, poesia. Ma Maja è terra, è realtà da raccontare nel rapporto tra natura e cultura e tra storia e scienza”.
|