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Viene spontaneo leggendo dei versi magari sublimi, magari incomprensibili, magari ermetici, naif, popolari, struggenti chiedersi cosa sia per davvero la “poesia” e cosa significhi perdersi nella loro lettura, una delle tante risposte che abbiamo personalmente annotato è quella di Sigmund Freud che scriveva: “Sono convinto che […] il vero godimento dell’opera poetica derivi dalla liberazione di tensioni nella nostra psiche”.
Al personaggio di oggi, Paolo Diliberto, un giovane poeta latinense, abbiamo chiesto non cosa sia la poesia, argomento che tratta in maniera dotta e forbita nell’intervista che completa il suo primo libro di versi “Questo trovare” in uscita in questi giorni, a lui abbiamo chiesto cosa sia un poeta, cosa possa celarsi dietro questa parola che sembra evocare uno spirito libero, un sognatore, un attore che impersona di volta in volta i mille volti dell’anima, gli struggenti moti del cuore, o “un sacerdote de l’augusto vero, vate dell’avvenire” come scrive il Carducci. Paolo Diliberto, laurea in lettere ad indirizzo classico docente di greco e latino al liceo Dante Alighieri, ci ha risposto con una semplicità disarmante “un’artigiano delle parole”.
In Paolo Diliberto, latinense vero e non solo perché qui vi è nato nel 1978, ma perché ama questa città: è la sua terra, la caratteristica che ci ha subito colpito è stata “una pacata intensità” che trapelava attraverso le sue parole, dote, che forse un po’ arbitrariamente, riteniamo affondi nelle sue origini familiari,”isolane” come lui stesso le definisce. E, le isole nella sua personalissima “geografia” sono davvero molto presenti: un papà siciliano, vissuto a Tunisi, ed una mamma sarda: il Mediterraneo, il mare nostrum, quasi liquido amniotico. E, forse, è da questa “mediterraneità” che trae la sua passione per la letteratura, per il sapere che sarebbe riduttivo definire antico.
E, da questa genetica mediterraneità nasce anche la sua passione per il jazz: una musica che racchiude la quint’essenza del caldo, del languore, della musicalità che nasce da un’ eterico rimpianto dell’anima. Non a caso, in questa musica americana viene salvato ed esaltato il ritmo africano, la terra – si racconta – dell’origine dell’uomo.
Abbiamo, con curiosità, annotato che durante la nostra chiacchierata, Paolo Diliberto ha usato una sola volta la parola “passione” termine utilizzato per un’arte marziale che, appunto con passione e tenacia, da alcuni anni esercita: il Wing – tsun.
Nel salutare Paolo, forse, per intuito femminile, forse per una non descrivibile sensazione, magari solo per un sincero auspicio ad una educatissima e sensibile persona, ma abbiamo idea che ci imbatteremo, nel prossimo futuro, in un Paolo Diliberto protagonista delle grandi pagine della cultura.
coracraus@libero.it
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