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Paola Pica

Intervista alla scrittrice romana


Paola Pica

Paola Pica è una scrittrice romana profondamente legata alla nostra città, dove annovera profonde e solide amicizie.
Un segno tangibile del suo legame con la città di Latina è quel suo ostinarsi a voler presentare, qui da noi, in anteprima, tutti i suoi libri.
Lei giura che è solo per affetto io maliziosamente ho insinuato che lo faccia per una sorte di rito scaramantico: ne stiamo ancora vivacemente… discutendo! Incontriamo la scrittrice che commenta per “La Piazza” il suo ultimo libro “Un uomo perbene”. Un libro con una bella storia: stampato in proprio e presentato, manco a dirlo, in anteprima a Latina qualche mese fa, oggi, edito da una piccola ma prestigiosa casa editrice la Ibiskos di Antonella Risolo sarà presente alla prossima fiera libraria di Roma “Più libri Più liberi”. Paola è un torrente di parole quando le chiediamo di parlare dell’imput da cui sono nate quelle che lei definisce “le mie creature”: i suoi libri. Ci confessa, con un gran senso di gratitudine, che deve molto all’incoraggiamento ricevuto dall’ambasciatore del Belgio in Italia S: E: Jean De Ruyt e da sua moglie, Signora Sheila Arora, affinché pubblicasse i suoi scritti “Un sogno coltivato fin da bambina”. Ed è ancora Sheila Arora l’artefice di una grande soddisfazione professionale per la scrittrice, infatti, entusiasta del suo ultimo romanzo si è proposta di presentarlo ad alcune case editrici del Regno Unito: la pubblicazione in lingua inglese de “Un uomo per bene” uscirà la prossima primavera. In molti concordano che Paola Pica, di diritto, appartenga a quella singolare corrente di narratori che si muovono nel “flusso della coscienza”. Donna di grande cultura e di formazione internazionale, laureata alla “Sapienza” di Roma in Lingua e letterature straniere con una tesi su Antony Burgess (l’autore di “A clockworck orange” da cui, nel 1962, fu tratto il film di Kubrick, “Arancia Meccanica) e il Romanzo Contemporaneo. Ha studiato e poi insegnato per lungo tempo a Cambridge. Da molti anni insegna, italiano e inglese ai diplomatici in Italia.

Paola, se dovesse consigliare la lettura di “Un Uomo per bene”, a chi la consiglierebbe?
A chiunque volesse vedere di là dall’apparenza delle cose.
Perché?
Perché, com’è detto nel quarto di copertina, quella che indago è una realtà soprattutto italiana e noi italiani siamo maestri nell’arte della “bella figura”.
Visto che lei si muove nella corrente del romanzo psicologico e parlando non solo di “Un Uomo per bene” ma in generale, a chi pensa di più mentre scrive, come a un suo pubblico ideale, agli uomini o alle donne?
Come tutti i romanzi d’impronta intimistico-psicologica, anche i miei romanzi rischiano di essere scambiati per materiale adatto a un pubblico soltanto femminile; ma io mi rivolgo a tutti i possibili lettori, perché fortunatamente, ci sono moltissimi uomini capaci di analisi introspettive e di critica alle intenzioni e non solo alle azioni.
Queste sue affermazioni sono molto contrastanti con la sua immagine letteraria di “scrittrice al femminile”, come molti critici l’hanno definita.
E’ vero, all’inizio ero definita “scrittrice al femminile”; un’etichetta che trovo fuorviante: scrivo perché ritengo di avere “storie” da raccontare, storie che parlano di emozioni, d’amore, di amicizia, di vittorie e di sconfitte del cuore sentimenti che accomunano, senza distinzioni, uomini e donne.
Tutto il romanzo sembra essere un inno a un modo di pensare e di vivere di un certo mondo “maschile” è solo una mia convinzione?
No, non è per nulla solo una sua convinzione, anzi, guardi ho avuto la grande gratificazione sentirmi chiedere come avessi fatto ad entrare così profondamente nella psicologia maschile. E’ avvenuto: durante una presentazione in cui si è acceso un vero e proprio “forum”: Molti degli uomini presenti hanno affermato (ma spero che si sbaglino) che, se non ci fossero le regole che la cultura impone, loro stessi e tutti i loro simili forse si comporterebbero come Rinaldo. Ne è scaturita una bella e profonda conversazione il cui succo è riassumibile nella considerazione che una maggiore accettazione delle differenze sessuali può rendere meno monocroma, più viva, e forse, anche meno conflittuale la nostra società.
Una comprensione e una tolleranza quasi mistica per le “debolezze” maschili!
Le diversità sono un dato di fatto.
Se dovesse stilare due liste, una di sue preferenze e una di sue antipatie, dove collocherebbe Rinaldo il protagonista, rispetto agli altri suoi personaggi?
Assolutamente al primo posto tra le mie antipatie, ma anche una personalità come la sua andava scandagliata per la sua emblematicità di “Uomo per bene” e di ciò che questo termine, spesso abusato, può nascondere. Rinaldo è un personaggio che mi ha dato modo di esprimere una mia profonda e, forse anche consolatoria convinzione: si rischia sempre di essere fatalmente puniti, una sorta di contrappasso dantesco, per le proprie malefatte.
Se il suo libro fosse una terapia, poiché parliamo di psicologia, quale patologia, curerebbe?
Il complesso del Superuomo.
Chi pensa che potrebbe trarne un qualsiasi utile insegnamento dalla lettura del suo libro?
Il romanzo ha ricevuto buoni commenti su una sua qual certa funzione educativa. E, la cosa ovviamente mi ha lusingato, ma la pedagogia quando scrivo non rientra nelle mie aspirazioni. E le confesso di essere felice di non dover annoverare tra i miei maestri di vita un “Rinaldo”.



 Cora Craus (30/11/2007)

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