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Pantheon di Roma. Descrizione, architettura, dimensioni e storia

Guida al tempio degli Dei


Pantheon di Roma

La roma del passato remoto si riassume nella sua architettura. Nei primi secoli dalla sua fondazione, gli antichi poco si curarono della bellezza della loro città, occupati com’erano a conquistare territorio, assoggettare popoli e consolidare la potenza della Repubblica. Con l’Impero, Augusto e successori riservarono alla città attenzione e dispendio di denaro. Costruirono monumenti riservati alle attività sociali e agli investimenti culturali e dedicarono molti templi agli dei poiché, fin dal lontano inizio, la nascita e lo sviluppo di Roma si svolse nella convinzione di una protezione divina. Ligio a questo assioma, Marco Agrippa, genero e amico di Augusto, nel 27 a.C. dedicò alle sette divinità planetarie un monumento nel cuore del Campus Martius, il Pantheum. La storia del più bell’edificio dell’antichità romana, si plasma su quella della città. Chiuso e abbandonato sotto i primi imperatori, danneggiato da un incendio nel 80 d.C., restaurato da Domiziano, fu radicalmente ricostruito da Adriano. Dalle capanne sul Palatino ai fasti dei palazzi imperiali, a Roma l’architettura si compiace nella «curva»; e il Pantheon non sfugge alla regola. Costruito tutto in mattoni con potenti archi di scarico, è coperto da una calotta emisferica in calcestruzzo. Diametro e altezza del vano sono uguali. Il pronao largo e profondo ha 16 colonne monolitiche di granito rosa e grigio non scanelate; superbi i capitelli e le basi in marmo bianco; il soffitto aveva la travatura rivestita di bronzo. Sul fregio l’iscrizione: M. Agrippa consul tertium fecit. Una sosta nel portico; pochi passi e si penetra nella sua bellezza. Una volta immensa sospesa senza apparente sostegno; un’apertura al suo culmine illumina di una luce sensuale, religiosa, ogni angolo, ogni altare, ogni tomba. Nel 608 l’imperatore Foca aveva donato il Pantheon a papa Bonifacio IV che lo consacrò al culto cristiano. La Vergine Maria scacciò Cibele, i martiri trionfarono sugli dei falsi e bugiardi e il tempio, trasformato in chiesa, assunse il titolo di S. Maria ad Martyres per le ossa dei cristiani martirizzati qui trasportati dalle catacombe. Nel tempo saccheggiato dai Vandali, nel 663 razziato delle tegole in bronzo dorato dall’imperatore bizantino Costanzo II per il suo palazzo in Bisanzio, ridotto in fortilizio dai rissosi baroni romani in esterna lotta fratricida, fu infine depredato, del bronzo rimasto, dai papi rinascimentali per farne fusti di cannoni per Castel S. Angelo e le barocche colonne del baldacchino di S. Pietro. Nel frattempo il popolino romano, gente pratica e bonacciona, lo aveva ribattezzato «Maria rotonna» o più familiarmente «la Rotonna ». Nella chiesa trovò l’ultima dimora Raffaello e l’Italia Unita affidò all’antico Pantheon le spoglie dei suoi re: Vittorio Emanuele II e Umberto I, ancora oggi vegliate da una guardia d’onore. La recente destinazione del monumento a manifestazioni culturali «invasive » per allestimento e afflusso di spettatori più o meno acculturati, è una dissacrazione. Proporre una visuale «turistica» di svago e curiosità, consentire una banale fruizione di immagini, forme, pagine d’arte, di cultura e di storia, reca offesa, oltraggio alla sacralità del luogo, già, oltre ogni misura, dimenticata. Rumore e irriverenza non si addicono al silenzio e alla solennità della basilica, dove la continuità delle memorie accomuna la maestà dell’impero romano alla Fede cristiana.



 Marcella Coni (09/04/2010)

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