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Uno scorpionico titolo quanto mai indovinato e… veritiero, una patologica misoginia, una intelligente, fantasiosa ed ironica parodia satirica su costume e politica, su vizi e virtù dei latinensi uno spruzzo di very politically scorrect è la miscela de “Nella coda il veleno”, l’ultimo romanzo di Pierluigi Felli, un riuscito connubio tra un detective story ed un trhiller rosa, genere così tanto di moda ora.
Una, felice, espressione di quel giallo letterario all’italiana che ha avuto padri illustri tra cui l’indimenticabile ditta: Carlo Fruttero e Franco Lucentini; genere che poi si è sviluppato in una sorta di “localizzazione”, di “regionalizzazione”, (per carità, niente a che vedere con la distruttiva devolution ideata dagli epigoni splatter della politica), la cosiddetta “scuola bolognese” dovuta all’affermarsi di diversi autori accomunati dal fatto di risiedere in Emilia Romagna.
Una “realtà” a cui il Felli lancia, noblesse oblige, velenose invettive rivestite da una patina scanzonata ed umoristica.
Una piacevole sorpresa del libro è l’insolita odonomastica: fatta di concreti riferimenti storici su Littoria, la città delle “camicie nere”, e di biografica memoria delle sensazioni, delle emozioni adolescenziali dell’autore. Elementi questi che portano, con immediatezza e divertimento, il lettore ad immergersi nell’atmosfera di finto perbenismo, di finto cameratismo e di reale, goliardico bullismo che si respirava nella Latina anni sessanta – settanta, e che rappresenta l’antefatto, il prologo alla storia del romanzo. Non si può proprio fare a meno di notare il comune denominatore di tutti i libri che finora abbiamo letto di Felli: un sincero affetto per questa sua città ed una pessimistica, tetra visione dei suoi concittadini.
Il romanzo vede il ritorno di un personaggio, Andrea Doria: sfigato, velenoso e irresistibile investigatore privato a denominazione pontina controllata, creato dal Felli al suo debutto di scrittore. Avvenuta con l’esordio di una fortunatissima iniziativa editoriale: “I Racconti di Sabaudia”.
Anche in questo romanzo Andrea Doria segna un esordio: quello di una nuova casa editrice la “Pulp edizioni” di Frosinone. Nome scelto per ricordare uno storico stile letterario che oggi è però molto cambiato ed annovera tra esso “la gioventù cannibale” con esponenti come Aldo Nove e Ammaniti.
Ma, che, originariamente, ebbe questa definizione perché l’autore, “mestierante” della scrittura, era pagato un centesimo a parola.
Ma, torniamo nel vivo de “Nella coda il veleno” (Pulp edizioni, pp. 104 € 11,00),
dopo venticinque anni, un quarto di secolo, Andrea Doria torna a Latina: la città è fin troppo cambiata, in meglio, in peggio? Mah! Di sicuro gli amici che ritrova non sono più quelli che ricordava e che forse ricordava fin troppo. La morte di uno di essi mette in moto un meccanismo che porta alla “luce” un modo fatto di lolite, d’usura mediocrità, rancori e vendetta.
Con molta maestria ed altrettanto disincanto Pierluigi Felli “conduce” l’indagine fino ad un insospettabile, inaspettato e crudele finale. Dietro lo stile umoristico: un ritratto impietoso della città redenta.
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