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La donna setina nonostante sia stata “bersaglio” di numerose critiche
che nel passato la etichettavano come oziosa e lavativa, rappresenta la colonna portante della storia di Sezze. Non solo perché depositaria di tradizioni culturali e culinarie tramandate fino ad oggi ma perché, a dispetto dei pregiudizi espressi in passato è riuscita sempre a conciliare il suo ruolo di madre e moglie con un lavoro svolto anche fuori le mura domestiche. In una economia prettamente agricola qual era quella setina la donna, infatti, poteva svolgere diversi mestieri. C’era ad esempio la cosiddetta “carcioffolara”, colei che raccoglieva i carciofi e si recava nelle campagne della pianura, così come vi era la donna impegnata nella panificazione. La sezzese era non solo levatrice di prole ma allo stesso tempo “furnara” e “cariatòra”, rispettivamente donna incaricata di portare il forno alla giusta temperatura per una buona cottura del pane, e trasportatrice dello stesso mediante l’utilizzo della “spasa” (ampia tavola di legno portata in equilibrio sulla testa). La panificazione era anche simbolo di status sociale: le donne più abbienti infatti potevano avere una cottura privilegiata della pagnotta.
Otre a quelle descritte in città e in periferia, esistevano altre fondamentali tipologie di donna : la “lavannara” e la “ricamatrice”. La lavandaia si occupava di lavare gli indumenti del vicinato nel fontanile fuori paese, mentre le ricamatrici in tenera età imparavano il mestiere del ricamo e del cucito: un bel corredo per le loro nozze era il premio di quel lungo lavoro.
Sul finire degli anni Cinquanta le trasformazioni sociali spinsero addirittura la donna ad aprire le prime attività commerciali: i tempi … erano davvero cambiati.
A proposito di donne e mestieri, abbiamo trascorso una mattinata con la signora Alessandra Vali detta “Ndrina” che, visibilmente emozionata, ci ha raccontato la sua storia di donna ricamatrice durante il periodo della II Guerra mondiale.
Signora ‘Ndrina quando hai iniziato a cucire?
“Molto presto! Dopo la licenza elementare i miei genitori mi iscrissero al Laboratorio di ricamo e per molti anni mi sono dedicata a fare questo”.
Dove frequentavi il corso? E per quanto tempo lo hai svolto?
“Andavo ogni giorno dal mattino fino al tardo pomeriggio presso il convento delle Suore del Bambin Gesù a Santa Maria. E’ lì che ho imparato a fare il mio corredo per il matrimonio”.
Pensi che questo tipo di arte oggi sia scomparsa?
“Purtroppo sì. Oggi la nuova generazione ha a disposizione abiti confezionati e non pensa proprio alle tradizioni della nostra città! E’ tutto cambiato da allora, non si apprezza più nulla e non si dà il giusto valore alle cose. E’ veramente un peccato”.
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