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“L’autobus di Stalin. La moglie di Fini e le fonti di Bossi: noumenologia del calcio. Omicidi rituali (Mio figlio è un guerriero Masai). G8 a Genova: “Che fa Dumini?” Teoria e tecnica dei disordini in piazza. Homofaber: L’uomo, l’azienda, la globalizzazione”.
Sono i titoli dei cinque saggi, che noi preferiamo definirli esilaranti e tragici reportage nell’angoscioso nulla della realtà sociale e politica dei nostri tempi, che compongono la raccolta del nuovo libro di Antonio Pennacchi, “L’Autobus di Stalin e altri scritti”. Dove l’autore conferma il suo “impegno” e personalissimo stile: dire cose veritiere, scomode magari “fuori luogo”, e, c’è da credere condivise dai più, con un linguaggio sarcastico, pungente, fors’anche velenoso, spesso esilarante.
In questo nuovo lavoro lo scrittore pontino rielabora e amplia alcuni argomenti già espressi in articoli pubblicati da giornali come Limes, La Piazza, L’Indipendente, e che spaziano dalla storia, alla filosofia al costume.
Antonio Pennacchi, attraverso le pagine de “L’autobus di Stalin”, analizza, scava, quasi con sadico piacere e scanzonata leggerezza, nei vizi e virtù della cosiddetta Intellighentia nazionale. Leggerezza solo apparente perché, di fatto, la nostra “classe pensante” è inchiodata alle sue responsabilità da dotte annotazioni, rimandi, citazioni.
Se è vero, come recita un detto, che “la politica è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarda”, il libro di Pennacchi fa, o, almeno tenta di fare, una bella opera di convincimento del tipo: svegliatevi, occupatevi di quello che credete siano i vostri diritti! Ecumenico.
Di Pennacchi,ci ha sempre incuriosito l’impossibilità di collocarlo in un genere letterario preciso: umorista?, è indubbiamente esilarante ma troppo storici i suoi scritti, un saggista?, troppo dissacrante la forma.
E poi, è un “rosso” travestito da nero, com’era d’uso dire negli anni settanta, o, è un nero velocemente verniciato di rosso? E, ancora, è un razzista d’antan tipo anni cinquanta o uno strenuo difensore dei diritti civili? Purchè, sia chiaro, i diritti civili, non siano i meridionali a pretenderli, magari, nella sua magnanimità, Pennacchi, si schiera con i neri, gialli, bianchi, caffelatte, piedi neri e pellirosse ma meridionali proprio no, neanche se appartengono alla Grande Russia.
Forse, è per queste considerazioni sull’autore, che ci ha intrigato la dichiarazione “d’intenti” per così dire della collana letteraria “Fuori Luogo” della nuova casa editrice di Pennacchi, scrivono, infatti, in quarta di copertina, “la presente collana intende gettare uno sguardo indiscreto e irrequieto sulle questioni aperte, i non-detti, le eresie: personalità e punti di vista che per il loro porsi come rilevatori della crisi vengono, quasi sempre, rimossi. – Perché, aggiungono – La cultura contemporanea si schiera spesso su crinali poco distinguibili: la deregulation che ha accompagnato il passaggio di millennio produce sempre più luoghi indefiniti per la collocazione di idee, di pensatori e di interi settori di ricerca. Le posizioni di confine mal si conciliano con le divisioni classiche del pensiero occidentale, ( - - ) materiali di grande interesse restano ai margini del dibattito o si posizionano negli interstizi di un paesaggio inaridito dalla semplificazione della retorica mediatica”.
L’AUTOBUS DI STALIN
Antonio Pennacchi, ed. Vallecchi
Pag.122 Euro 13,00
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