DI SEZZESI approdati su Ellis
Island (USA), dal 1890 al
1920, se ne contavano 2.245.
In dieci anni, i rumeni che si
sono stabiliti a Sezze, risultano
più o meno gli stessi. Non
erano diverse le motivazioni
che spingevano a lasciare il
paese. La fame, la necessità di
credere in un futuro migliore,
la scommessa di poter uscire
fuori da una condizione di
miseria difficile da superare.
Non sono diverse le motivazioni
che hanno spinto i popoli
d'interi paesi, a raggiungere,
dalla Romania, l'Italia, e quindi
Sezze. Interi paesi come
Bordeasca, Tataranu, Focsani,
si sono spopolati. E quelle
famiglie, in gran parte, si sono
ricostruite qui. Su una collina
dei Monti Lepini, adagiata
sulla pianura, di fronte al mare.
La storia di Luminita Mihu,
nata 25 anni fa a Panciu,a 100
chilometri dal confine Moldavo
ed a 150 da Bucarest, non
è diversa da quella di molti
altri suoi connazionali e forse,
traslata nel tempo, non sarebbe
diversa da quella che potrebbero
raccontarci i nostri
avi, migrati in America, se
fossero tornati qui. Luminita,
il cui nome significa luminosa,
che per comodità della
proprietaria di casa, sei anni fa
si tramutò in Luisa. «Mi disse
che il mio nome era troppo
difficile, e che se volevo potevo
scegliere tra Lucia e Luisa.
Scelsi Luisa». Luminita arriva
in Italia che ha compiuto da
meno di un mese 19 anni.
«Avevo deciso di venire in
Italia per un estate, per stare
un po' con il mio ragazzo,
Cipriano, che era qui a Sezze
ormai da tre anni e mi chiedeva
di venire a vivere con lui,
era il 2002. Ci sentivamo il
sabato sera perché il telefono
era troppo costoso. Quando
arrivai trovai una montagna di
schede usate alta così (fa un
cenno... dieci centimetri) erano
quelle che aveva utilizzato
per telefonarmi in Romania.
Non pesavo che alla fine sarei
rimasta anch'io. Mi ero appena
diplomata al Liceo economico
ed il mio sogno era iscrivermi
all'Università. Accettai
di venire e pensai: ‘Con i soldi
che posso guadagnare in uno,
due anni in Italia, potrò pagarmi
l'università senza dover pesare
sulle spalle dei miei genitori’
».
Dell'Italia conosceva Laura
Pausini e Benito Mussolini.
«Il giorno in cui arrivai, la
donna che mi accolse mi chiese:
‘Vuoi una fetta di cocomero?’.
Avevo viaggiato tutta la
notte ed era agosto del 2002,
un caldo pazzesco. Non capivo
una parola d'italiano… dopo
un po' da sola con me
stessa pensai: ma cosa faccio
qui?. Dopo tre settimane chiusa
in casa ad ascoltare e guardare
la tv, iniziai a capire
qualche parola d'italiano e decisi
di cercare un lavoro».
Luminita è una ragazza solare,
sorridente, dimostra qualche
anno in più; lavora anche
otto ore al giorno, da sei anni
a questa parte. Tutte le mattine,
la sveglia suona alle cinque,
perché soprattutto in primavera,
le giornate nei campi
sono più laboriose. Lavora
ininterottamente dal sabato
alla domenica, senza un giorno
di riposo. Uno al mese, se
necessario, perché «...la terra,
non conosce feste. E da marzo
in poi non ci si può fermare.
Sì, credevo di tornare e di
rimettermi a studiare...». Oggi
ha 25 anni, non è andata così.
«Mio padre lo avrebbe voluto
». Oggi, in Italia guadagna 4
euro ogni ora di lavoro prestata
sui campi. Quanti ragazzi
della sua stessa età, magari
sezzesi, o piuttosto di Latina,
sarebbero disposti a fare altrettanto?
Eppure Luminita è
sempre sorridente, ma porta
con sé un velo di malinconia.
«Qui ho una casa, e mi sono
sempre trovata bene, però tra
quattro, cinque anni, vorrei
tornare in Romania», dove insieme
a Cipriano, che ha sposato
due anni fa, ha iniziato a
costruire la «sua» casa. «Volevamo
fare tutto da soli, senza
l'aiuto dei nostri genitori, anche
perché per loro è già molto
difficile». 150 euro di pensione
per i genitori di Cipriano,
agricoltori. Luminita ha
comprato un motorino e l'anno
scorso ha preso la patente,
preferisce essere autonoma e
non dover dipendere da nessuno,
quindi l'autobus non lo
prende quasi mai, anche perché
qualche volta non ha gradito
commenti del tipo
«...aprite i finestrini, qui puzza,
ci sono i rumeni…fateli
scendere».
«Bisognerebbe capire che
non è vero, che siamo qui per
lavorare, e molti lo hanno capito,
da buoni cristiani. Noi
non abbiamo rubato il lavoro a
nessuno. Ogni tanto il figlio
del padrone si ricorda del mio
primo giorno, nella sua azienda,
e mi dice: ‘Ti ricordi Luisa,
quando venisti la prima
volta?’ Luminitia sorride e ricorda,
mi presentai e dissi:
piacere, sono Luisa, sono rumena
ed ho bisogno di lavorare
». Quel modo diretto ha
convinto subito i suoi datori a
lavoro a tenerla con loro per
sei lunghi anni. Che Dio accompagni
Luminita.
Elisa Fiore (09/06/2008)
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