All’alba sciamano lentamente
verso le fermate dei bus. Zaino in
spalla, visi tumefatti dal freddo,
dal vento, dal sole. Si fermano
solo ad agosto, quando i cantieri
edili chiudono e per loro inizia
un periodo di ozio.
Per il 70% degli uomini impegnati
sui cantieri,
il 30% nell'agricoltura,
con una
percentuale ridotta
di donne
occupate come
badanti,
donne delle
pulizie - ma
nei campi -
non esistono
domeniche, se
non si è cattolici osservanti, ed il
lavoro dura sette giorni su sette.
Sono i cittadini dell'est europeo.
Molti di loro, giunti a Sezze, al
seguito di amici, e parenti. Originari
per la gran parte delle
stesse regioni. Intere comunità
trapiantate altrove. Secondo stime
ufficiose sarebbero più di 7
mila. In molti hanno trovato
ospitalità, lavoro, a volte anche
vere amicizie. Ma trovare un
alloggio resta il vero dramma,
per questo popolo muto, che alla
sera, dopo una giornata sui cantieri
scende dai bus che fanno
tappa a Porta S. Andrea. O viene
espulso ad uno ad uno, da pulmini
sgangherati che fanno tappa
nelle strade secondarie dei quartieri
di Casali, Croceveccchia,
Crocemoschitto. Lì si nascondono
storie inimmaginabili.
«Quando arrivai a Sezze - racconta
uno di loro, dormivo in
una stanza e dividevo il mio letto
con un altro. Pagavo 100 euro al
mese, in quella casa dormivamo
in 20». Xhecuka Artan, vent'enne
albanese, era uno di loro, la
sua grave colpa, aver cercato un
lavoro come clandestino, averlo
trovato ed aver rischiato di morire
cadendo dal lucernaio di un
solaio. Due giorni fa, la decisione
del giudice monocratico, Costantino
De Robbio, di rigettare
la seconda istanza di patteggiamento,
formalizzata dai titolari
della ditta che lo aveva ingaggiato.
Una decisione che ha permesso
di scrivere una pagina
storica, non solo per i lavoratori
clandestini dell'est europeo, ma
anche per i tanti carpentieri e
muratori provenienti da aree depresse
di Sezze, Priverno, Roccagorga,
pendolari con la sveglia
alle 4 e 30 del mattino. «La
sicurezza sui cantieri? una chimera
- respinge la domanda
Gheorghe Cozachevici della Fillea
Cgil - chiediamo di combattere
il lavoro nero con più controlli.
Ora sono pochi. Ogni anno
abbiamo centinaia di vertenze,
perché nessuno verifica chi lavora.
La gran parte sono contratti
part-time che nascondono lavoro
nero e si va avanti così. Si dice
che l’Italia è in crisi, ma se chi
paga le tasse è solo una piccola
percentuale come possono diminuire?
Poi accade di tutto, e per
difendere i propri diritti si deve
avere il coraggio della disperazione
». Respingere la logica dello
sfruttamento che nella fatalità
del caso può trasformasi nella
logica del danneggiamento irreversibile,
impunito o peggio, tollerato,
è un grande segno di civiltà
cui vorremmo abituarci ad
assistere da silenti spettatori.
Elisa Fiore (18/02/2009)
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