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“Troppe volte è stato cantato
l’amore/ non rovinerò con le parole
ciò che si può dire con i miei
silenzi”. Quanta storia umana
ricorre dal primo all’ultimo verso di
una raccolta di poesie che vuole essere complice di un
paradosso: a volte il silenzio vale più di mille parole.
Il libro “i miei silenzi”, è stato edito dall’Oasi Federico,
un’associazione che assiste i disabili e li avvia agli studi
o al lavoro promuovendo iniziative culturali nazionali ed
internazionali per sensibilizzare l’opinione pubblica sui
temi della disabilità.
Giuseppe Ciotti è uno di loro, frequenta un corso di
laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
presso la facoltà di “Lettere e Filosofia” dell’università
“La Sapienza” di Roma.
Giuseppe è nato a Sezze nel 1974, vive con la sua
famiglia nelle campagne di Roccagorga, dove studia,
ascolta musica e lavora al computer.
Da anni s’interessa alla cultura Celtica, le sue ricerche
sono tese a svelare segreti di mondi fantastici di cui
accuratamente descrive, storie, miti e personaggi.
“Immaginate di trovarvi in una radura /contornata da
alberi secolari/dove la brezza del vento/porta il profumo
della resina/e con le nuvole disegna simboli antichi”.
Il sogno, i miti fondano la realtà che il poeta racconta e
i suoi versi narrano storie di nuove o altre identità come
gli elfi, i trolls, i bardi, gli arcibardi, i druidi.
L’elfo “padre coraggioso, cacciatore di tesori, compagno
affettuoso, abitatore delle montagne, vive lontano da
occhi indiscreti, sta fra il nano e l’uomo”.
Cosi l’autore dipinge figure d’altri tempi e mondi dove la
cosciente percezione del reale coglie altre possibilità
dove i limiti umani sono sconfitti. In quest’operare
continuo nella sana consapevolezza di dover accettare
la propria condizione, Giuseppe sfida la vita con la solo
fantasia. Alcuni versi si ripiegano sul suo personale
dolore, come nelle poesie “il condannato”, “l’offesa”, “la
mia favola”. La prima è ispirata a Silvio Pellico, un tema
esistenzialista descrive l’impotenza che l’uomo vive
nell’attesa di avere la forza di reagire: “egli, invano, si
mette a scuotere le maledette sbarre come un bambino
che non ha ancore le forze”.
“L’offesa” invece rivela un rapporto forte, unico,
insostituibile con la mamma che è “ormai nel mondo dei
sogni e lentamente entro nei miei ricordi”.
La mia favola è dedicata al Padre descritto come colui
che aiuta a sognare superando lo scoglio di un esistenza
sicuramente severa: “per farti conoscere un mondo
incantato/ dove il mio incubo si è trasformato in fiaba/
così con un animo dei più generosi il Poeta si preoccupa
di sollevare l’altro e rassicurando tutti dice/ dove c’è
l’anima l’uomo sprofonda e trema davanti a sé”. Sono
molte le cose che fanno diventare uno scrittore poeta, e
tra queste la capacità di vivere e descrivere i particolari,
le sensazioni di un attimo nel rapporto con l’immenso
“nessuno pensa al dolore di una volta e, se pensi a me
come un condannato dalla natura, capiresti di più il
senso della mia vita”.
In queste tre parole, dolore, natura, senso, si giocano gli
equilibri di un’esistenza marcata dalla disabilita fisica.
La missione del poeta è portare pace là dove si genera
vita, pace tra i diversi elementi che compongono gli
esseri, pace nei posti più oscuri della mente, pace per i
sensi viziati dai desideri d’immaginazione che
incessantemente portano a scoprire mille volti amici.
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