CONTINUA ad essere una
ferita aperta nell’economia
setina in particolare, e più in
generale per quella pontina, la
vicenda legata all’ex Sogeni,
ex Deterbi. Il sito industriale
di Sezze Scalo che da quindici
anni viene vissuto come una
sorta di tunnel dalle cento famiglie
degli operai che in esso
lavoravano. Quindici lunghi
anni in cui i lavoratori non
riescono ancora a vedere la
luce, visto che le loro pendenze
sono rimaste immutate,
senza che alcuno provvedesse
a saldare quello che gli operai
dovrebbero avere di diritto per
il lavoro effettuato all’interno
dell’azienda.
Un centinaio di famiglie di
lavoratori che, incredibile ma
vero, reclamano a distanza di
quindici anni il salario di un
anno. La vicenda dell’ex sito
industriale di Sezze Scalo ebbe
inizio nel lontano luglio del
1992. La società Novembal,
consociata alla multinazionale
francese Paribà, vende l’azienda
all’imprenditore pontino
Donnabella, già proprietario
della Svar di Latina, ben
conosciuto anche ai sindacati.
Parte il calvario dei 143 lavoratori,
dei quali soltanto 25
riprendono il lavoro, anche in
virtù di un accordo sottoscritto
presso il Ministero del Lavoro
che prevedeva che gli
altri operai sarebbero rientrati
gradualmente entro due anni.
Accordo che venne disatteso e
con il passare del tempo, anche
per l’avvicendarsi di imprenditori
che a suo tempo
vennero definiti «poco seri»,
nel sito industriale sulla statale
156 accade di tutto. Cambiamenti
di società, ma soprattutto
vengono venduti i
macchinari, cosa che non avrebbe potuto essere fatta.
Dal luglio del 1992 la vicenda
si trascina stancamente fino
al luglio del 2007 quando
l’azienda ormai allo sfascio, o
quasi, e comunque obsoleta,
viene venduta per un milione
e centomila euro. In quello
stesso mese il curatore fallimentare
ebbe un colloquio
con alcuni rappresentanti dei
lavoratori, che ottennero la
promessa di un acconto sulle
loro spettanze. Oggi gli operai
evidenziano che tale acconto
non è mai arrivato. Alla base
di ciò ci sarebbe il fatto che ai
lavoratori stessi non spetterebbe
nulla di quanto ricavato
dalla vendita dell’immobile.
Ai lavoratori spetterebbero i
ricavi dalla vendita di beni
mobili che, come gli operai
denunciano, sono stati già
venduti da altri. I lavoratori
chiedono che venga messa loro
a disposizione una cifra
pari a 250 mila euro, da dividere
tra le cento famiglie interessate.
Su quei soldi incassati
per la vendita del sito sono in
molti ad accampare diritti, ma
chi più dei lavoratori ne avrebbe?
Giovanni Rieti (23/10/2007)
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