Il delicato tema dell’eutanasia
da qualche mese è entrato prepotentemente
nel dibattito politico
nazionale. Sulla questione
Azione sociale con Alessandra
Mussolini, attraverso il
segretario setino Carlo Enrico
Magagnoli, intende dare un
segnale forte, sottolineando il
proprio no contro quello che
viene definito «una sorta di
inganno nel voler legittimare
l’interruzione della vita con
l’eutanasia, mascherandola
con un velo di umana pietà».
Magagnoli sostiene la legittimità
a rifiutare l’accanimento
terapeutico, che però non può
arrivare all’abbandono terapeutico,
che priva il paziente
del necessario sostegno vitale,
attraverso l’alimentazione e
l’idratazione: «Occorrono leggi
chiare ed univoche - afferma
il segretario di Azione Sociale
- che tutelino il diritto alla vita
delle persone malate, attraverso
una terapia lenitiva della
sofferenza e la costante vicinanza
ai parenti e alle loro
famiglie. Basta giocare con le
parole attraverso il dissidio del
concetto di ciò che è eutanasia
e di ciò che non lo è». Per il
segretario di Azione Sociale il
«caso Welby» ha aperto un
dibattito, che politici responsabili
ed amministratori legati
alla morale e all’etica devono
utilizzare per prendere posizioni
univoche su questo tema
delicato: «Non esiste una buona
morte come qualcuno con
insistenza vuole farci credere.
Esiste - continua Magagnoli -
il diritto alla vita, innegabile e
profondo, come nessun altro
elemento che caratterizza la
nostra esistenza. Ciò significa
che non solo non si può decidere
della vita di un altro uomo
indifeso, ma che nemmeno è
lecito disporre arbitrariamente
della propria. Perfino il suicidio
rappresenta giuridicamente
un atto illecito. L’eutanasia,
sia quando è frutto di un’azione,
sia quando è frutto di un’omissione
dolosa e colpevole,
comporta sempre il coinvolgimento
di una terza persona,
che liberamente si offre di togliere
la vita ad un’altra». Per
il segretario di Azione Sociale,
in sostanza, anche in presenza
del consenso del malato si è
sempre di fronte all’uccisione
di un essere innocente e la
«legalizzazione dell’omicidio
del consenziente è un trauma
giuridico, che sconvolge radicalmente
l’intera impalcatura
dello stato di diritto. Il fondamento
dell’eutanasia - conclude
Magagnoli - è sempre e
comunque un giudizio esterno
al malato, sul fatto che quella
sia una vita che merita o non
merita di essere vissuta. In tutti
i paesi dove si è legalizzata
l’eutanasia ci si è presto accorti
che essa veniva spesso praticata
anche in assenza di qualsiasi
domanda del malato».
Carlo Enrico Magagnoli G.
Giovanni Rieti (22/03/2007)
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