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In «Ragione e Follia» Eugenio Cardi affronta il tema dell’autocontrollo visto come repressione
della follia. E’ il suo quinto romanzo e l’autore riflette sulla malattia mentale e sulla
necessità di combattere ogni pregiudizio verso un male che priva il paziente della propria
dignità. Scritto con quella sensibilità e con la passione che contraddistingue Eugenio Cardi, la storia è anche, in un modo molto originale, un omaggio alle donne.
Eugenio Cardi, scrittore,
un uomo della solidarietà:
quando hai sentito la necessità
di dedicarti agli altri? Cosa
significa per te la solidarietà?
Il sentimento di solidarietà, quello
vero ed autentico, non può che
nascere da un bisogno interiore,
non è qualcosa che ci si può
inventare all'improvviso o un
motivo per pavoneggiarsi. Credo
che il bisogno di essere solidali
con l'altro nasca nel momento in
cui ci si rende conto di essere dei
privilegiati. A volte questa consapevolezza
sfocia facilmente
nel più puro senso di colpa, considerando
che pochissimi essere
umani ancora oggi hanno la fortuna
di poter avere un tenore di
vita decente. Anche qui da noi, in
Italia, uno degli otto paesi più
industrializzati al mondo, le situazioni
di indigenza non sono
sconosciute. Dopo l'avvento dell'Euro,
poi, mi sembra ancor più
vero...
Questa consapevolezza mi ha
fatto balzare agli occhi le opportunità
che ho avuto e che altri non
hanno la fortuna di avere. La
spinta a fare qualcosa per chi è
più sfortunato è quasi una naturale
conseguenza. Per quanto mi
riguarda, sono sempre stato molto
sensibile verso le condizioni
dell'infanzia disagiata, e proteso
ad aiutare e a confrontarmi con
queste situazioni reali. Così già
nel 1998 ho co-fondato «Sos Infanzia
nel Mondo», un'associazione
di volontari che principalmente
si occupa di bambini affetti
da leucemia, delle vittime
dell'infanzia nella guerra dei Paesi
Balcanici. In quel momento ho
capito che bisognava andare oltre
le istituzioni, importantissime
ma limitanti. Sono diventato donatore
di midollo osseo per l'Admo.
La spinta a dedicarmi agli
«ultimi», come ad esempio i detenuti,
è cresciuta nel corso del
tempo. Ho istituito e diretto nell'inverno
2007 un laboratorio di
Scrittura Creativa all'interno della
Sesta Sezione (detenuti comuni)
del carcere romano di Regina
Coeli. E' stato un corso che ha
dato molte soddisfazioni, a me e
ai miei «studenti», un'esperienza
fortissima a livello emozionale e
molto importante per il mio percorso
esistenziale.
È venuto a
crearsi un clima
di reciproco
scambio e arricchimento,
grazie
ad un bellissimo
rapporto interpersonale
instauratosi
con tutti i detenuti.
Non escludo
di ripetere l'esperienza
di qui a
breve.
Per me la solidarietà
infatti significa
portare un
aiuto concreto,
qualcosa che si
possa toccare con
mano, e non solo
bellissime chiacchiere
inutili, retoriche
che nulla costano e a
nulla servono. E' lo stesso spirito
che guida l'associazione culturale
no profit Puntoecapo, di cui
sono il presidente. Il sodalizio si
occupa di coniugare i concetti di
cultura e solidarietà. Abbiamo
dedicato molte energie per l'organizzazione
di serate teatri, ricercando
di volta in volta di apportare
il nostro modesto contributo
alle campagne di solidarietà
di importanti Ong, come «Save
The Children».
La voglia di concretezza mi ha
portato ad accettare la proposta
del Sei Ugl (sindacato per l'integrazione
immigrati/emigrati) di
divenire loro dirigente nazionale
con la responsabilità dell'Ufficio
Condizioni Sociali e Politiche
del Territorio, con particolare riguardo
alle problematiche del
mondo dell'adolescenza e dell'infanzia.
Come Sei Ugl stiamo
quindi organizzando un Convegno
sulla difficile situazione dei
bambini rifugiati e/o immigrati
non accompagnati; servirà a riportare
alla luce questo argomento
così delicato e scottante
che sembra oramai dimenticato
da parte di tutti ed invece è di
assoluta attualità.
Il 2008 ricorre l'anniversario
trentennale della Legge Basaglia
che ha chiuso i manicomi
in Italia. Nel suo ultimo libro
«Ragione e follia» lei racconta
la storia di uno psichiatra, per
giungere poi a parlare di schizofrenia
e delle stigmati sociali
ad essa connesse. Cosa ne pensa
di questa legge? Pensa che
sia utile raccontare oggi il
dramma dei manicomi e della
schizofrenia?
La scelta di scrivere un romanzo
così «impegnato» su temi forti
quali la vita nei manicomi e la
schizofrenia mi è venuta da una
doppia sollecitazione: la mia
passione per la psicologia e dal
mio impegno nel sociale. Ancora
oggi ha senso parlare dei manicomi
dato che in Francia, ad
esempio, questi luoghi di tortura
sono ancora perfettamente funzionanti.
La loro chiusura è in
discussione e le previsioni di attuazione
parlano ancora di 30
anni di attività. Inconcepibile. In
secondo luogo, ho scelto di parlare
dei manicomi perché in Italia
c'è ancora qualcosa che ce li ricorda.
Mi riferisco agli Opg,
ospedali psichiatrici
giudiziari,
sparsi su tutto il
nostro territorio
nazionale. Sono
qualcosa di ibrido,
a metà strada
tra il carcere e un
istituto di cura. È
necessario ripensare
quest'istituzione
e renderla
più definita negli
scopi. La schizofrenia
poi è un tema
attualissimo.
Negli ultimi 50 anni la scienza
psichiatrica ha fatto notevoli passi
in avanti. Non solo e soltanto
per la scoperta e il successivo
miglioramento degli antipsicotici,
ma quanto e soprattutto sul
versante della salienza del dialogo
tra medico ed paziente e sul
reinserimento continuo di quest'ultimo
nel suo nucleo familiare
d'origine e nella società, evitandone
quindi l'isolamento. In tal
senso Franco Basaglia è stato tra
i primi a cogliere l'importanza
fondamentale del reinserimento
del disagiato psichico all'interno
della società. La legge che porta
il suo nome rappresenta un'importantissima
pietra miliare in
questo percorso di vero e indispensabile
reinserimento del malato
mentale nella socità civile.
Chi sono i suoi scrittori di
riferimento?
Amo poco i contemporanei, se
potessi scegliere sarei sicuramente
un personaggio ottocentesco,
periodo della storia che adoro.
Per cui i miei riferimenti sono
certamente i classici, russi e francesi
soprattutto, dell'800 e dei
primi anni del secolo scorso. Fra
questi mi sento vicino a George
Simenon. Adoro la capacità di
introspezione psicologica che lui
attua pagina dopo pagina, sezionando
e sminuzzando il personaggio
di riferimento fino a
scomporlo in ogni minimo dettaglio.
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