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Un agglomerato di case
veri alveari umani, di grattacieli
centri di potere, di metropolitane,
di minacciose antenne
puntate contro il cielo,
di ospedali che sembrano cittadelle,
di scuole grandi come
caserme e una vita arida e
frenetica per uomini nevrotici.
Città giganti, megalopoli,
voraci moloch di esigenze
materiali e affini cui fa da
collante la solitudine dell’anima.
Le metropoli di tutto il mondo
brulicano di folle anonime,
tumultuose, irrequiete e insofferenti
che nell’urbanizzarsi
nulla hanno guadagnato in
fatto di civiltà, poiché questa
non è data da un insieme di
edifici e numero di abitanti,
ma da un altro e complesso
concorso di valori morali, di
esperienze dello spirito,
di tradizioni antiche
che si perpetuano.
Eppure nel XVIII e
XIX secolo dopo catastrofiche
guerre e sanguinose
rivoluzioni,
molte città europee divennero
metropoli ed
ebbero maggiore importanza
rispetto ad altre
assumendo il ruolo
di centro decisionale e
guida di una intera nazione.
Non fece eccezione il
processo risorgimentale
per l’unità d’Italia che
nutrì sempre l’aspirazione
di Roma Capitale.
ROMA
PONTIFICIA
Com’era la città alla
quale i patrioti italiani
guardavano con esaltato
amore e sicura speranza?
Della Roma pontificia
si hanno innumerevoli
descrizioni dello
sfarzo e della potenza
spirituale e politica,
della grandezza culturale
e artistica conviventi
e mescolati con
la miseria del popolino,
il mendicare dei
pellegrini, la fatiscenza
delle povere case e
l’immobilità «laica»
della vita cittadina.
Chiusa tra le antiche
mura soffriva di un assembramento
popoloso;
la vasta area accoglieva, in
grandi spazi verdi, ville patrizie,
zone monumentali, magnifici
palazzi, basiliche e comunità
religiose.
Lo spettacolo appariva
quanto mai imponente, ma a
una attenta e approfondita
analisi la Roma papale rivelava
essere un centro poco o
nulla produttivo. Essa consumava,
non produceva.
Dall’immenso patrimonio
immobiliare e terriero di principi
e di istituzioni ecclesiastiche
non derivava alcun reddito
per la popolazione; la ricchezza
non circolava.
Roma Umbertina
Con il 20 settembre 1870 entrò
dalla breccia di Porta Pia, insieme
a sublimi ideali e ambizioni
politiche, la speranza di un futuro
denso di accadimenti per lo
sviluppo della capitale del neonato
Stato Italiano. La città non era certo una metropoli «moderna
», né tantomeno avanguardia
economica e politica;
un boccone prelibato per chi
possedeva capacità politica, intuito
imprenditoriale e possibilità
finanziarie. Da tutte le regioni
«calarono» a Roma ricchi borghesi
del settentrione, funzionari
statali, intellettuali in cerca di
allori e tanti, tanti speculatori.
Ben presto si presentò il problema
delle abitazioni per il subitaneo
incremento della popolazione.
I piani regolatori, in gran
parte frutto di soluzioni precostituite
negli ambienti politici
fortemente influenzati da interessi privati sensibili alla pura
valutazione e speculazione urbanistica,
evidenziarono la necessità
di una espansione urbana
che diventerà una costante
nella storia della città. Il disordinato
schema a macchia d’olio
adottato prevedeva zone periferiche
abitative a bassa, media e alta densità edilizia, con un centro
storico deputato ad accogliere
le attività istituzionali, direttive,
amministrative pubbliche e
private.
Questa soluzione determinerà
il volto di Roma, la relegherà
a capitale amministrativa e
politica escludendola di fatto
dallo sviluppo industriale,
commerciale e produttivo del
paese. Per sempre. L’Italia liberale,
alla ricerca del suo
progresso, si era servita del
nome e della tradizione di
Roma, quale simbolo intangibile
dell’unità patria, solo per
apparire degna di considerazione
e di rispetto.
Roma Fascista
La carenza di case diventò un
problema anche per il regime
fascista che l’affrontò con una
legge che assicurava facilitazioni,
esenzioni fiscali, esonero dagli
obblighi comunali e concessioni di contributi. Il Governatorato
di Roma concesse
finanziamenti a fondo perduto
purché le grandi imprese costruttrici
immettessero sul mercato
alloggi popolari in tempi
brevi: inizio lavori entro 3 mesi
e chiusura dei cantieri in tre anni
dalla concessione edilizia. Oltretutto
il Governatorato si impegnava
a fornire gratis i servizi
pubblici - gas, luce, acqua, fognature
- e i trasporti. L’evidente
vantaggio consentì il rapido
progetto e la costruzione di borgate
e insediamenti popolari. Al
tempo stesso si verificò una
svolta nel senso di una eccezionale
rivalutazione della Città
Eterna con la «bonifica» degli
antichi rioni del centro storico.
Nell’ottica dei «destini fatali
dell’Urbe», la nuova cultura
architettonica-urbanistica fu
matrice della demolizione dei
Pantani (tra piazza Venezia e
il Colosseo), il taglio della Velia, l’apertura dell’asse
stradale di attraversamento
dei Fori, la via dell’Impero, e
lo sventramento edilizio della
Città Leonina. Quest’ultimo
progetto vantava origini plurisecolari.
Fin dalla metà del
‘400 i Papi avevano allargato
e rettificato l’impianto viario
intorno a S. Pietro e meditato
sull’abbattimento della cosiddetta
«spina dei borghi». L’esproprio
di vaste aree al prezzo
di terreni agricoli, consentì
l’edificazione del Foro Mussolini,
della Città Universitaria
e l’espansione verso il mare
con l’E 42. Committenti, il
Governatorato di Roma, nella
persona del principe Ludovisi,
l’O.N.B. e per l’Esposizione
Universale Giuseppe Bottai.
Tra gli architetti, appartenenti
a varie scuole e
incaricati della progettazione
ed esecuzione dei lavori, vi
furono autori di autentici capolavori.
In particolare l’E 42
doveva assolvere il compito di
polo culturale (museale, espositivo,
congressuale) e monumentale
simbolo rappresentativo
della nuova Civiltà Romana
e Fascista.
Roma del futuro
Volgere lo sguardo al passato
per valutarne gli aspetti negativi
e positivi, è quanto mai di attualità
dal momento che sul Colle
Capitolino spira vento di allargamento
del territorio comunale
e inglobamento dell’interland in
una «grande mela romana». All’amministrazione
di un così vasto
territorio si provvederà mediante
un Governatorato (come
nell’antichità e in età contemporanea
in epoca fascista) per organizzare
e coordinare dal centro
l’attività di organi periferici?
E all’alto funzionario preposto
all’amministrazione si riconoscerà
il titolo di Governatore
con un significato sostanzialmente
analogo a quello di Vicerè
come nel passato? L’eventualità
ha già scatenato una facilmente
recepibile atmosfera.
Ecco rispolverare ed esaltare, a
conforto e supporto, la tradizione
latina e imperiale di Roma, la
romanità, i sacri sette colli, i
trionfi dei Cesari, le aquile augustee,
la grotta di Romolo e
Remo; mancano all’appello solo
i fasci littori. Par di ascoltare
i discorsi alati del Duce. Tanta
retorica è estranea alla realtà,
agli interessi e agli insoluti problemi
della città: carente nettezza
urbana, buche stradali, voragini
d’indagine archeologica,
invasione di tavolini (pagano
tutti la tassa sull’occupazione di
suolo pubblico?), motorini e
bancarelle prive di regolare permesso,
trasporti inefficienti, obsoleti,
sporchi. La città è offesa
e infestata da sbiadite manifestazioni
commemorative, gare
sportive, festival del cinema,
notti bianche e raduni musicali a
carattere nazional-popolare. E’
l’apoteosi della futura megalopoli?
No. E’ il segno dei tempi,
è la rassegna un po’ pacchiana
di una Roma che mortifica, e
vanifica, i suoi valori nell’aspirazione
ad assurgere a prima
capitale d’Europa dimentica del
ruolo che da secoli le compete,
e ricopre, di Capitale del Mondo.
Così accade che il problema
di Roma, come problema di
rinnovamento civile di una
grande metropoli e di inserimento
organico in Europa, rimane.
Quando finalmente in
Campidoglio siederà una amministrazione
di uomini «veri»,
combattivi, che all’esaltazione
della idea di Roma affiancheranno
iniziative concrete nei riguardi
della città senza inseguire
vani sogni di gloria?
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