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Definita da Enzo Ferrari
«la più bella corsa del mondo
», la Mille Miglia prende
il via dalla sua città
naturale: Brescia. Nata nel
dicembre del 1926 da una
audace idea di
«Quattro moschettieri’,
piloti
d’avanguardia
e tutti
bresciani, la
gara veniva
disputata nella
sua prima
edizione alla
fine di marzo
1927. L’accettazione
dell’idea, la
sua attuazione
in realtà e
l’organizzazione
della
corsa in così
breve tratto di
tempo, era stata resa possibile
dall’appoggio incondizionato
del segretario del
Partito Nazionale Fascista,
Augusto Turati, e dal volere
di Mussolini, convinto automobilista,
sensibile a tutte le
manifestazioni di propaganda
popolare. Oltre che allettare
i politici per la sua
risonanza, ad accelerare i
tempi contribuì la determinante
collaborazione del
«pioniere» delle autostrade,
Piero Puricelli, nonché l’interesse
popolare e, in primis,
l’entusiasmo dei piloti,
dei tecnici e sportivi tutti
ansiosi di affrontare l’impresa,
ardua per le sue difficoltà,
allettante per il suo
prestigio.
Quando sulla Gazzetta dello
Sport apparve l’annuncio
ufficiale della Mille Miglia,
con il titolo: «La coppa
della Mille Miglia sarà il
trofeo più significativo
dello sport automobilistico
italiano», si levarono approvazioni
incondizionate,
molte voci critiche e perplesse
opposizioni.
Uno dei motivi contrari alla
competizione era lo stato
disastrato delle obsolete
strade dell’epoca, strette,
tortuose, polverose e fangose;
un duro banco di prova
per macchine, piloti e persino
per gli spettatori.
La polvere costituiva l’argomento
principe fra gli automobilisti
sportivi che
spesso si trovavano a fare i
conti con lo stato del fondo
stradale, sconnesso e disseminato
di buche; un autentico
percorso di guerra.
massimo. Se poi pioveva, il
fango trasformava il percorso
in una continua insidia
scivolosa e la tenuta di strada
instabile. Ma i piloti del
tempo, abituati
a difficoltà ed
imprevisti stradali
e all’impegno
fisico necessario
alla
guida di vetture
pesanti e poco
maneggevoli,
galvanizzati
dall’entusiasmo
dei neofiti, trovavano
tanto più
interessante il
competere
quanto più disagevole
e irto di
ostacoli era il
tracciato. Per
piloti, meccanici
e progettisti
l’ardita corsa di
velocità riservata
solo a vetture
da turismo, era
il più grande avvenimento
automo
bilist ico,
fiera riscossa dello sport e
della industria italiana. I primi
cinque iscritti, piloti di
collaudata esperienza sportiva,
rispondevano ai nomi
di: Zamperi, Favero, Comelli,
Maggi, Maserati. Il
regolamento era stato stilato
definitivamente in tutti i
suoi particolari, dopo attente
e ripetute ricognizioni
lungo tutto l’itinerario prescelto
e dopo aver stabilito i
principali punti di tappa e
controllo.
I 1.628 Km. prevedevano
l’attraversamento di: Parma,
Bologna, Firenze, Roma
(giro di boa), Terni, Spoleto,
Perugia, Tolentino,
Macerata, Ancona, Bologna,
Treviso, Vicenza, Verona,
Brescia.
Diciassette i controlli cronometrici
con l’obbligo del
timbro della tabella di marcia
per ogni concorrente. Le
vetture ammesse erano della
categoria sport; potevano
prendervi posto solo il pilota
e un conducente di riserva;
divieto assoluto di sostituzione
durante la corsa; i
tempi massimi calcolati a
seconda delle classi; i premi
assegnati: L. 40.000 al primo
classificato; L. 20.000 al
secondo, L. 12.000 al terzo.
Alla Gazzetta dello Sport il
compito di presiedere ai
controlli dei passaggi nei
diversi centri designati.
Comunicati, circolari, richieste
di informazioni e
permessi travolsero l’Automobil
Club d’Italia, il Touring
Club, le società sportive,
i carabinieri, le segreterie
dei Fasci, i comandi
della Milizia. Disciplina del
pubblico e sorveglianza sulle
strade interessate alla gara,
dipendevano direttamente
da Turati che aveva disposto
lo schieramento lungo
tutto il percorso di 25.000
militi, carabinieri, vigili urbani
e agenti di polizia.
Alla vigilia della partenza
si pronosticava: «Se le vetture
prime in classifica raggiungeranno
il traguardo a
55/60 Km. orari, si potrà
dire che l’automobile è veramente
una magnifica
macchina ».
Al via, i nomi più celebrati
del nascente sport, furono
accolti da una ondata di
applausi, grida di giubilo e
sventolare di fazzoletti. Una
rudimentale tribuna ospitava
le autorità: il segretario
Turati, il presidente dell’Automobil
Club d’Italia,
gli ingegneri dell’Alfa Romeo,
della Fiat, dell’Isotta
Fraschini, della Bianchi,
dell’Itala e dell’OM che risulterà
vincitrice.
Ventisei marzo 1927, ore
8. I rombanti motori delle
auto, partite a un minuto
l’una dall’altra, davano inizio
alla prima Mille Miglia.
Grande fatica e sfida per i
piloti, grande ansia per gli
organizzatori e costruttori.
Scomparsa alla vista l’ultima
vettura, i giornalisti si
precipitarono verso gli uffici
dell’Automobil Club di
Brescia dove, in una stanzetta
«monacale», su un tavolo,
erano stati sistemati
due apparecchi telefonici.
Ininterrotti trilli di telefono,
andirivieni di appassionati e
addetti alla corsa, segnarono
le trenta ore del travolgente
ed entusiasmante
svolgimento della competizione.
Era stato predisposto
anche un servizio telegrafico
con i posti di controllo,
ma fu possibile seguire
solo il controllo
dei primi
passaggi. Alla
spettacolare e significativa
tappa
di Roma, sul piazzale
di Ponte Milvio,
la velocità
media della maggior
parte dei concorrenti,
registrava
70/80 Km. orari. Il
duello tra Alfa Romeo
e OM terminava
a Spoleto con
il ritiro della prima.
La OM bresciana
restava in
testa fino al traguardo.
La Mille
Miglia era trionfo
di Brescia, trionfo
sia tecnico che
sportivo con la
conquista dei primi
tre posti. La
vittoria era stata
colta dal più completo
corridore su strada del
momento: Nando Minoja,
pilota d’eccezione, abile
meccanico, esperto collaudatore.
Migliaia e migliaia
di persone avevano seguito
e fatto cordone, senza soluzione
di continuità, lungo i
1.600 Km. per applaudire e
incoraggiare con vibrante
entusiasmo tutti i partecipanti
alla magnifica dimostrazione
di audacia e di
forza.
L’eco sui giornali fu enorme;
La Stampa, il Corriere
della Sera, il Corriere dello
Sport di Roma, la Gazzetta
dello Sport, esaltarono la
pazza, estenuante corsa, il
successo del mezzo meccanico
«dominatore di tempo
e di spazio».
La I Mille Miglia si era
conclusa come neppure il
più spinto ottimismo aveva
fatto sperare. Organizzata
per essere competizione
unica, dava invece inizio ad
una lunga serie di edizioni.
Mussolini, dopo la relazione
presentatagli dal segretario
Turati, decise: «Si ripeta
».
L’ultima edizione del
1957 della Mille Miglia, la XXIV, vincitore
Taruffi su Ferrari, concludeva
il ciclo storico della Mille
Miglia, voluta e creata per
promuovere e testimoniare
il progresso dell’industria
automobilistica italiana,
l’indiscussa valenza dei
suoi piloti, il ruolo dell’Italia
nel mondo.
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