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E’da ieri nelle sale italiane l’atteso
film del regista Baz Luhrmann
che, dopo aver regalato una perla
come “Moulin Rouge” affronta
ora una fatica di diverso spessore,
dando vita ad un colossal che è a
metà tra “Via col vento” e “La
mia Africa”, in cui si fondono la
ricostruzione storica e un omaggio
alla disarmante bellezza di un
terra che non finisce mai di stupire.
Ambientato nell'Australia settentrionale
alla vigilia della Seconda
Guerra Mondiale, narra le
vicende di Lady Sarah Ashley
(Nicole Kidman), aristocratica
inglese che nel 1939 intraprende
una lunga traversata verso Darwin
per raggiungere e riprendersi
il marito, che lì gestisce il ranch
di Faraway Downs non senza
difficoltà. Al suo arrivo la donna
scopre una tremenda verità: il
marito è stato ucciso e la sua
proprietà cade a pezzi. L’unica
salvezza consiste nel condurre
1500 capi di bestiame da Faraway
Downs a Darwin per venderli
all’esercito. L’altezzosa e all’apparenza
delicata Lady
Ashley decide non solo di guidare
la mandria attraverso un terriorio aspro, ma anche di sfidare
King Carney, il più grande proprietario
terriero che mira a distruggere
Faraway Downs con
l’aiuto di Neil Fletcher per impadronirsene
con pochi spiccioli.
Sarah è coadiuvata nella difficile
impresa soltanto dallo scontroso
e riservato mandriano (Hugh Jackman),
da un bambino meticcio
Nullah (Brandon Walters) e da
pochi collaboratori.
Pur non venendo meno quella
maestria e quell’amore che sempre
Luhrmann riversa nei propri
lavori, “Australia” non si impone,
ma rimane in bilico tra il
genere epico e la storia d’amore,
ed è forse questa che, in fin dei
conti, avrebbe dovuto avere il
sopravvento. Nel tentativo di unire,
in un unico, lungo e costosissimo
film, amore, morte, avventura,
eventi storici, alternando
continuamente realismo e fantasia,
ricostruzione e invenzione, il
regista non si concentra su nessuno
di questi aspetti in particolare.
Da una parte, la vicenda di Lady
Sarah Ashley e del selvatico Drover,
che si innamorano, scortano
una mandria di vacche attraverso terre impervie e desolate, e prendono
a cuore le sorti di un bambino
meticcio. Dall’altra, le magie
di uno stregone, la mistica legata
alla cultura aborigena. Si ha, insomma,
la sensazione, che le varie
componentì non si sposino
fino in fondo. Allo stesso modo,
la mezz’ora finale
del film,
con l’incursione
degli aerei
giapponesi che
lanciano bombe,
finisce per
aggiungere scene
e situazioni
che sembrano
superflue, e
questo perché,
in fin dei conti, è la storia d’amore
tra i due protagonisti ciò che
sta più a cuore agli spettatori.
Fra Nicole Kidman e Hugh Jackman
l’intesa è perfetta, anche se
il frasario amoroso a volte è eccessivamente
smielato, ma i due
sono, comunque, belli e bravi. A
far da cornice alle loro vicende
inquadrature mozzafiato che rendono
la grandiosità di una natura
che regna sovrana. A questo proposito,
infatti, è notevole la fotografia
di Mandy Walker, la quale
attraverso le riprese aeree e i
campi lunghi mostra territori
sconfinati dai colori accesi ed
invitanti.
“Australia” si potrebbe definire
un bel film epico “fatto in casa”,
in quanto regista,
buona parte del
cast e maestranze
sono australiani e
le riprese sono
state effettuate
tutte in loco. Baz
Luhrmann ha
scelto di portare
sullo schermo la
sua terra natia,
p r a t i c a m e n t e
sconosciuta al pubblico cinematografico
fino agli anni ’70, quando
l’industria del cinema, grazie
ad alcuni finanziamenti governativi,
vi realizzò le prime pellicole
di successo. “Australia” è, insomma,
il racconto di un viaggio,
ma soprattutto la metafora della
ricerca più profonda di sè, a contatto
con una natura aspra e benigna
al tempo stesso.
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