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Questa è la storia di un
dolore. Di un terribile dolore.
Quello di Amelia e di
Alessandro per la morte di
Alessia. Ma è anche una
storia di speranza, perché
proprio da lì è nata la voglia
di due genitori di spendersi
per gli altri. A tutto
questo dedichiamo uno
spazio, che vuole essere soprattutto
un tributo al coraggio.
Con un'avvertenza:
non è una storia per
deboli di cuore.
Alessia è morta per meningite
fulminante il 19 ottobre del 2007
al Goretti di Latina. Aveva 18
mesi, due occhi dolci e tanti riccioli
in testa. Chi legge la cronaca
non lo ha dimenticato. Chi non lo
fa, ha sentito raccontare i fatti per
la strada, o magari a scuola, o
mentre faceva la spesa, oppure ad
una festa di bambini. «Dicono
che capiti un caso su due milioni.
La spada è caduta proprio qui,
sulla mia testa - dice Amelia - Per
ora fingo che non sia accaduto.
Mi ubriaco di vita. Il brutto è
quando la sbornia finisce». L'avvocatessa
Amelia Vitiello è una
mamma forte, con lo sguardo malinconico
e un sorriso aperto, che
cerca di non far mai mancare sul
suo viso nonostante il male profondo
che si porta dentro. Aveva
in braccio la sua unica bambina
quando è entrata in pediatria
quella mattina di ottobre. Accanto
aveva Alessandro. Erano in tre,
ma in una manciata di minuti lei
e suo marito, si sono ritrovati soli.
Alessia se n'è andata per una setticemia,
non sono bastate le cure
e neanche le preghiere. E la morte
ha marcato come spesso accade il
confine tra il prima e il dopo.
«Quello che mi fa più male come
madre è naturalmente non averla
più. Ma il più grande dispiacere è
per la vita che gli è stata negata. Il
rimpianto per tutto quello che non
ha mai potuto fare e vedere. Mai
mangiato la cioccolata. Mai visto
la neve. Mai visto il mio studio
nuovo. Mai visto la macchina arrivata
per una beffa del destino il
giorno in cui lei è morta. Potrei
fare un elenco», racconta Amelia
che difficilmente piange, ma che
quando lo fa non si ferma più. E
qui comincia la speranza.
I Mastrogiovanni hanno deciso in
nome di questa bambina di fare
qualcosa per aiutare gli altri. «All'inizio
non sapevamo come e
quando, non credevamo neanche
di trovare la forza». Poi è nata
«Alessia e i suoi angeli», una
onlus per sostenere iniziative a
favore dei bambini. «L'Associazione
è nata volutamente ad un
mese esatto dal 19 ottobre - racconta
Amelia - una corsa contro il
tempo. E' stata un'idea di mio
marito, due tre giorni dopo la
morte della nostra bambina. Non
so dove abbia trovato la forza, io
stordita gli sono andata dietro». E
grazie al sostegno di una rete di
amici, è venuto anche il resto.
Subito un sito (www.alessiaeisuoiangeli) e insieme la prima
raccolta da destinare alla missione
di frate Alessandro Munari
che da Latina è approdato in Maperdagascar. «Poi però ci siamo fermati
e abbiamo visto con stupore
che già il 29 dicembre, quando
abbiamo organizzato il concerto
di beneficenza al D'Annunzio,
c'erano 800 persone in teatro e
altre 400 che volevano comprare
il biglietto e sono rimaste fuori. E
allora ci siamo detti, possiamo
fare tanto e anche qui». Magari per
il reparto dei bambini.
«Con le nuove offerte abbiamo
acquistato un cardio-monitor per
la Pediatria del Goretti. Quello
che ci preme è cercare di allestire,
come prossimo progetto una sorta
di pronto soccorso pediatrico a
Latina. In Emergenza non esistono
le apparecchiature per pazienti
in età pediatrica - aggiunge Amelia
- per esempio per intubare un
bambino bisogna attendere di arrivare
in Rianimazione. Questo
l'ho vissuto sulla mia pelle: quella
mattina ci hanno mandati direttamente
in pediatria, poi dopo la
visita è scattato l'allarme e sono
arrivati i medici dagli altri reparti,
rianimatore, anestesista, ma salivano
loro al reparto da noi, trasportando
i macchinari negli
ascensori. Per Alessia non c'era
comunque nulla da fare, per noi
mezz'ora prima o mezz'ora dopo
non avrebbe cambiato nulla, ce ne
stiamo convincendo, ma se arriva
un bambino con insufficienza respiratoria,
allora l'aiuto tempestivo
cambia le cose. Ecco, pensiamo
a questo, poi sarà il Reparto di
Pediatria a indicarci che cosa altro
possiamo fare».
Il pensiero va di nuovo ad Alessia:
«Era straordinaria, non perché
era mia figlia, o forse sì,
proprio perché era mia figlia. Ho
mille ricordi, ero felice, raggiante.
Ora ho perso la metà di me e so
che non la ritroverò. Ma con
Alessandro vogliamo tirare fuori
da questa cosa terrificante che ci
è successa e che è irreversibile
qualcosa di buono. Se c'è qualche
altro genitore o qualche bambino
a cui possa essere evitato di patire
quello che patiamo noi, vogliamo
aiutarlo. La grande ambizione è
quella di realizzare con il tempo
una vera unità di rianimazione
pediatrica, ma questo per ora è un
sogno. Vedremo».
Ora di Alessia c'è una ciocca di
capelli in una scatola, i vestitini
con il suo odore per fingere di
averla, un video nel telefonino in
cui con le sue manine aiuta la
nonna a pulire la verdura. E poi le
foto e i ricordi. Finirà tutto in un
libro che Amelia sta scrivendo:
«Ho cominciato perché voglio
che altri la conoscano così com'era
». Unica e speciale come sa
essere solo un bambino. «Per ora
so dove comincia la mia storia,
ma non so dove finirà. Lo stabilirò
strada facendo. E poi venderò
il libro per raccogliere altri fondi
per l'associazione». Per altri bambini,
come Alessia. E per altri
genitori come Amelia e Alessandro.
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